Il suo nome era Erin, come la contea e come essa profumava di erica e trifoglio bagnati dalla rugiada del mattino.
Era nata in un angolo del mondo dove la bellezza della natura toglieva il fiato, il verde brillava sotto al sole come un mare di smeraldi grezzi e gli alberi crescevano come grandi soldati messi di guardia dalla madre Terra del suo mondo di bambina dai grandi occhi gialli cresciuta in fretta in un mondo che non le perdonava di essere troppo bella e regina di un mondo a cui era consentito a pochi di entrare…un mondo fatto di suoni e luci e ombre e giochi senza parole in riva ad un ruscello o in un bosco incantato, un mondo fatto di nuvole un po’ grigie un po’ azzurre un po’ rosa sopra un cielo turchese.
Non aveva mai parlato Erin. Qualcuno l’aveva creata così, silenziosa, in un mondo in cui la parola era la peggior arma…e lei era felice di non dover dire mai nulla. Con la madre erano bastati gli sguardi e col padre piccoli gesti. Il mondo non l’aveva mai accettata.
Era troppo bella per essere vera. E se ne erano accorti in molti.
Avevano notato i suoi capelli color carbone e gli occhi di gatta…avevano notato i suoi strani disegni sulla terra e l’amore per gli animali…avevano notato il suo danzare sola come tributo alla natura e il piccolo orto che curava sin da bambina.
Si erano accorti di quella ragazza che non parlava e faceva cose strane, dagli occhi gialli di gatta e troppo bella per essere vera.
Presto avevano creduto giusto in nome del Signore di purificare il corpo così fragile e bello con la forza, con il dolore… con la violenza degli uomini avevano profanato un tempio ancora puro.
Col fuoco, infine avevano sconfitto il male di una bambina senza parole, troppo bella per essere vera in un mondo troppo buio per grandi occhi gialli.
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