Emma aveva compiuto la scelta. Aveva deciso di sposare l’uomo del quale si era innamorata in un assolato mattino di primavera e sempre in un sol giorno grigio d’inverno di era disinnamorata.
Aveva riposto in lui ogni speranza e illusione….aveva pensato che se si fosse convinta di amarlo col tempo le sarebbe diventato indispensabile, come il caffè al risveglio o poche righe di un libro prima di addormentarsi.
Era diventata una piacevole abitudine, col tempo, occuparsi di un’altra persona che non fosse se stessa, l’aiutava a sentirsi ancora viva.
Presto aveva capito che il vuoto che si nascondeva nell’anima non poteva essere colmato in quel modo, che non poteva essere amata, amare se prima non imparava ad amare se stessa.
Dal suo terrazzo sul mare guardava le vite degli altri trascorrere parallele alle sue, chiedendosi cosa li spingesse ad andare avanti, se la forza di un amore indistruttibile o il tedio di un’abitudine troppo difficile da cambiare?
Cosa era quello che cresceva dentro il suo cuore? Non aveva definizione o parole, non aveva forma o immagine, solo la sensazione di fame. Fame di conoscere quello che spingeva gli amanti a rischiare per una sola ora d’amore senza vergogna.
Persa in quelle domande fameliche aveva cominciato ad innamorarsi del ragazzo che viveva nella casa accanto. Lui passava ore sul terrazzo a curare le sue piante. Osservava la dedizione che metteva nel prendersi cura delle sue rose e immaginava sopra di sé quelle mani delicate…sognava il suo corpo giovane disteso accanto al suo, così vicino da percepirne l’odore che non conosceva e che amava inventare.
Le sue parole erano calde, le sue parole erano pulite.
Si chiedeva se lui si fosse mai accorto del suo tempo perso a spiare i suoi gesti. Temeva che fosse così ma allo stesso tempo lo sperava…sperava che lui facesse il primo passo ed esigesse da lei tutto quello che una donna innamorata aveva da dare.
Non sentiva sensi di colpa verso il marito che ogni sera rientrava con lo stesso sorriso immutato che le faceva sentire tutta la stanchezza di un rapporto costruito sopra travi ballerinelle. Sapeva di essere la sola colpevole di tutto e si chiudeva nel suo mondo popolato da momenti erotici molto più intensi di quelli che avesse mai provato.
Ogni occasione era buona ormai per uscire di casa e passare sotto al portone del ragazzo delle rose.
Come una sedicenne rallentava il passo e sperava col cuore in tempesta che lui scendesse nello stesso istante, come dimostrazione che quell’amore era predestinato.
Una sera accadde…con la scusa di fare una commissione urgente, si era attardata sotto alla sua casa e lui era uscito. Era splendido nella sua giovinezza, come un raggio di sole che la scaldava. Era arrossita, come una stupida. Lui l’aveva guardata, aveva sorriso.
Le sue gambe avevano tremato, le braccia, le mani…finalmente era arrivato il segno che aspettava!
Un tintinnio e lui si era avvicinato. Si era chinato e lei aveva sperato che fosse un gesto per dichiararle quello che sentiva, come il gesto romantico di un fanciullo idealista.
- Le è caduta la borsa, signora- le disse con la sua voce limpida.
- C…come?- balbettò.
- È molto bella, mia madre ne ha una uguale-.
Quella frase fu peggio di un coltello piantato dritto nel cuore.
- Grazie- aveva mormorato .
- Di nulla. Buona sera-.
Aveva voglia di piangere. Era disperata. Una frase gentile aveva distrutto tutto un sogno.
Sentendosi ridicola come un pagliaccio che non faceva ridere corse a rifugiarsi a casa.
Passò davanti al marito seduto sul divano, davanti alla tv.
- Tutto bene?- le chiese.
- Si, tutto bene- rispose un istante prima di scoppiare in singhiozzi.
- Bene-.
Si nascose in camera con la sua vergogna. Piangeva per la crudeltà inconsapevole del ragazzo, dell’indifferenza del marito che non riusciva a capirla senza bisogno parole che spiegassero cosa nascondeva il suo cuore…piangeva delle sue stupide illusioni.
Piangeva della prigione in cui lei stessa si era chiusa.
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