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Ricordo un sogno…
quando mi addormentavo con la volontà di sognare dell’amore che sarebbe stato, immaginando in ogni particolare le parole e i gesti e il cuore sussultava per l’emozione...le guance arrossivano per l’audacia dei particolari vividi nella memoria del mattino…sentivo le mani come se davvero avessero accarezzato.
Sognavo un mattino di primavera, l’aria tiepida e un cappello bianco a proteggermi il viso dai raggi del sole e nascondere le guance e il rossore…un bosco dagli alberi alti che, benevoli, coprivano i gesti di due innamorati.
Sognavo…poi, sono cresciuta.
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Non riesco ad andare avanti…
Resto seduta sul mio divano, sotto un caldo plaid e mi rendo conto che
l’apatia sta aviluppando tutti gli aspetti della mia vita…
L’amore è statico…non riesco a scrivere…la mia vita, folle corsa verso tutto quello che mi dava emozione, tutto ciò che era nuovo…è ferma.
Accolccolata sul divano, non riesco ad andare avanti.
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Non era una notte buia e tempestosa…anzi, era unpomeriggio bellissimo, dall’aria tiepida e profumata di gelsomini, primaverile…quasi estivo, fatto molto strano per essere praticamente novembre.Ettore non amava quel genere di imprevisto…a differenza del resto dei suoi concittadini che avevano accolto quest’ultimo squarcio di caldo con tutto l’entusiasmo che la situazione richiedeva, lui ne era quasi contrariato. Era un uomo metodico, che programmava tutto…nel suo calendario mentale in quella stagione avrebbe già dovuto smettere da un pezzo di annaffiare le piante….invece questo lavoro gli rubava quell’ora ogni sera che lui aveva programmato di spendere diversamente. Eccolo ad annaffiare i vasi a novembre!
Il suo cane, un simpaticissimo quanto pigro esemplare di beagle, lo guardava con l’espressione pensierosa…probabilmente anche lui stava chiedendosi il perché di quel caldo fuori stagione.Il suo orologio biologico doveva essere confuso quanto quello del padrone che continuava a rimuginare sul fatto che non poteva stare sdraiato sul divano a leggere i libri acquistati durante le ferie…sotto un plaid con la pipa in bocca un tè caldo e il cane accucciato ai suoi piedi come in un vecchio quadro stile british. Detestava non riuscire a fare quello che desiderava, soprattutto detestava che i suoi tempi e spazi programmati minuziosamente a tavolino dovessero subire interferenze esterne, soprattutto metereologiche!
Edgar lo guardava dal basso dei suoi 30 cm in attesa che non decidesse di
dedicargli un’oretta per portarlo fuori…ma faceva troppo caldo per starsene a casa e se ne rendeva conto anche lui che era soltanto un cane. Conosceva bene il suo padrone…era l’essere umano più prevedibile che avesse mai visto, sebbene nella sua vita di cane non ne avesse incontrati poi così tanti…. Ettore lo guardò. Sapeva cosa stava pensando quel rotolo di grasso e pelo che gli si era presentato in giardino quattro anni prima senza invito e che per un annetto buono gli aveva sconvolto tutta la vita, fortunatamente si era rivelato uno scansafatiche che amava stare nel suo cantuccio in salotto e che non chiedeva nulla oltre in vitto e qualche grattatina dietro le orecchie di tanto in tanto. Detestava le attività all’aria aperta e detestava il caldo e detestava tutto quello che facevano gli altri cani…come il padrone detestava tutto quello che facevano gli altri esseri umani. Erano due eccentrici rappresentanti della propria specie.
La casa l’aveva ereditata dal nonno, in quanto unico nipote. Si trattava di un vecchio casotto circondato da un bel giardino e sul retro un cortile con tanti vasi di fiori…era antico e ben tenuto e lui se l’era cavata con qualche piccola ristrutturazione per renderlo vivibile. Ora era il rifugio ideale di un uomo come lui, un solitario, situato in periferia, circondato da qualche campo…pochissimi vicini a debita distanza e un bel bosco che cominciava da un sentiero sul retro. Nemmeno lui stesso avrebbe potuto idearlo meglio.
- Andiamo a fare una passeggiata?-
Il cane lo guardò e l’uomo avrebbe giurato che c’era quasi del terrore nei suoi occhi. Poi rotolò sulla schiena mugolando…tattica che usava per tentare di impietosirlo.
- Non se ne parla…muoviti!-
Uscì da cancello seguito dal cane che guaiva in tono quasi melodrammatico.

Ettore sapeva, in cuor suo, che quello scirocco non avrebbe portato nulla di buono…tutto quello che usciva dagli schemi non era buono.
La vegetazione del bosco era rigogliosa, di un verde brillante e popolata da alti alberi dal fusto robusto e saldamente piantato nella terra. Molte felci sbucavano sfrontatamente dal sottobosco mostrando la chioma folta come un hippy avrebbe fatto con la propria zazzera ribelle.
Sorrise di quel paragone, trovandolo molto originale. Compiaciuto, proseguì lungo il sottile sentiero tracciato da qualcosa come un trattore, due solchi perfettamente simmetrici tra la terra smossa. C’era una nebbiolina fitta a causa dell’umidità.
Guardò il cane che lo seguiva controvoglia fermandosi ad annusare ogni tanto senza molta convinzione. Era grasso il suo cane…magari lo avrebbe messo a dieta…poi guardò se stesso, verso il basso…in effetti anche lui aveva preso qualch chilo…scrollò le spalle.
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