"Ma tu come campi?". "Mah… faccio cose, vedo gente..."
Chi va piano va sano e va...diciamo che va!

“Cu siti, signura mia?” le chiese col tono deferente del contadino abituato a chinare sempre il capo al cospetto del padrone.

“Sugnu l’anima dannata pircantata ni sta rutta pi mano malandrina e traditura”.

Mastro Puddu si fece il segno della croce, tirando giù dal cielo tutti i santi i cui nomi gli erano familiari ed altri che si inventò…”ca non si sapi mai…”!

La figura diafana si mosse e parve che si gonfiasse e poi assottigliasse, come per un sospiro.

“Pì liberarimi aviti i pigghiari una pentola, acqua e pasta, pomodoro e vino, tutto imprestato e senza dicirici niente a vostra mogghie, banchettare qui nella mia tomba…stanotti, su accussì faciti vi fazzu ricco”.

L’uomo continuava ad annuire senza essere ancora persuaso di quello che vedeva, in fondo le storie di fantasmi erano leggende mai dimostrate da fatti reali.

Detto ciò che doveva, l’anima scomparve in quel nulla dal quale era apparso lasciando l’uomo tremante.

Quegli si voltò verso l’animale che non aveva smesso di ragliare per l’istinto secondo il quale gli animali avvertono le presenze ultraterrene con più facilità degli uomini.

“Amunì Badduzza, ca su u cielu voli da dumani dummemu supra nu lettu di re!”.

Tenendo per le briglie l’asina ritornò verso il paese, ripercorrendo la strada che era solito fare, ma con in petto la speranza di poter, finalmente, uscire dalla miseria.

Giunto a casa, trafelato per l’incredibile evento a cui aveva appena assistito, comunicò alla moglie di farsi prestare una pentola, dell’acqua , della pasta e del pomodoro e vino senza dire nulla né fare commenti .

La donna ubbidì, senza riuscire a comprendere le bizzarie del marito, solitamente uomo abitudinario e di poche parole.

“Ma chi siti impazzitu?” fu il suo unico commento puntando le mani stanche sui fianchi sfatti.

L’uomo le fece il gesto imperioso di tacere.

“Zittiti!”caricò la bestia e riprese di nuovo la via verso la montagna, con in cuore la disperata speranza di un riscatto ai secoli di povertà in cui aveva versato la sua razza.

Giunto nella grotta, con gesti lenti e meticolosi accese un fuoco, vi mise a bollire l’acqua e attese che bollisse, nei minuti che diventavano ore nell’attesa.

Quando mise in bocca il primo boccone di pasta gli comparve l’anima percantata.

“V’avia ratu la fortuna ‘ndì limanu, ma da maiaru m’ingannastuvu e comu ‘mpizzenti arristastivu!”

e scomparve.

Mastro Puddu spalancò la bocca per l’incredulità, eppure aveva fatto tutto ciò che lo spirito gli aveva chiesto.

“Ma comu, signora mia…” guardò l’asina che era quieta, segno inequivocabile che l’anima non era più con loro.

Tornò a casa col cuore squassato per l’opportunità perduta.

Raccontò tutto alla moglie, che cadde in ginocchio piangendo.

“Cuppa mia fù!”gridò strappandosi i capelli bianchi” Non chiesi nenti alle cummari, ca m’affruntai!”.

L’uomo alzò la mano per picchiarla e lei strinse le braccia al viso terrorizzata, seppur consapevole d’essere meritevole della punizione.

Mastro Puddu ricadde sulla sedia con le spalle anche più ricurve, per quanto possibile, e con la rassegnazione della povera gente accettò anche questo come un evento ineluttabile del destino.

“Cu nasci na miseria po’ moriri sulu miserabile!” quella frase che gli ripeteva da piccolo il nonno gli apparve più che mai una maledizione che per sempre l’avrebbe perseguitato, come i suoi figli e i nipoti, quale un marchio indelebile.

Postato alle 10:41 del venerdì, 31 agosto 2007


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Storia di mastro Puddu.

Ai piedi dell’Etna si trova un paese, oggi conosciuto come Belpasso, che in tempi antichi si chiamava Mlupassu…dovuto al fatto che per essere raggiunto si doveva percorrere una strada in mezzo ai  boschi infestata di briganti. Le leggende narrano che questi malviventi praticassero degli “incanti” per nascondere il denaro, uccidendo innocenti le cui anime avrebbero dovuto fare da guardiani al tesoro.

Mastro Puddu, detto “u ghiariotu” raccontava queste storie spesso ai nipoti, per spaventarli, ma senza dar troppo peso a queste che considerava delle favole inventate in tempi antichi dai contadini facilmente impressionabili dalle leggende popolari.

Per mestiere passava spesso dalla vecchia strada che era l’unica che conduceva all’Etna, nelle cave di ghiara, passando per quello che una volta era Belpasso, con la sua fedele asina Badduzza, che imperterrita lo seguiva per quelle strade scoscese e diroccate.

Una mattina in cui la pioggia batteva incessantemente e il cielo era nero come fosse notte e l’uomo con l’animale si era dovuto rifugiare in una grotta sulla via di “Malpasso” accadde qualcosa di straordinario…

 

 

“Trasi trasi, Badduzza, ca fora ci su li diavoli!” esclamò mastro Puddu  entrando nella grotta con al seguito la fedele asinella. Legò la bestia ad uno spuntone e si sfregò le braccia infreddolite. Dopo essersi abituato all’oscurità, vide in un angolo una catasta di legna asciutta, impilata come per essere accesa…si guardò intono e non vide anima viva.

“C’è nessuno?!” chiese a voce alta. Non ebbe risposta, nemmeno il rimbombo della sua stessa voce gli tornò alle orecchie.

Scrollò le spalle curvate dagli anni di fatica e, tirato dalla tasca l’accendino, accese la catasta di legno. Pochi minuti dopo un piacevole tepore invase la grotta  e la luce del fuoco illuminò le pareti scure.

Tirò fuori dalla bisaccia una “vastedda” di pane fatto in casa, la cui sommità era tagliata e l’interno scavato e riempito di fagioli e pomodoro, ricoperto a mò di tegame per mantenere la minestra calda. Con il cucchiaio affondò nell’aromatico pasto per portarlo poi alla bocca spalancata, ma si fermò ancora prima che questi toccasse le labbra.

“Badduzza! M’ascusari…” rovistò nelle tasche della vecchia giacca da lavoro rammendata in vari punti dalla moglie e tirò fuori due carrube, le portò all’animale che ringraziò con un raglio breve e soffocato. Le accarezzò la fronte sussurrandole in una delle grandi orecchie “Stu pani lu mangiu grazi a tia e mai sia ca tu aia sicunna a banchittari!”.

Tornò al suo posto asciutto accanto al fuoco e riprese al punto in cui si era interrotto quando sentì un fruscio alle spalle e un soffio lieve sulla nuca, come il sussurro gentile del vento di primavera.

Si voltò, ma non vide nulla.

Scrollò le spalle e tornò al suo pranzo.

Ad un tratto sentì qualcuno che gli passava accanto…alchè scattò in piedi.

“Cu je ca mi fa sti scherzi di parrini?!” chiese a voce alta…cominciando a temere di non essere solo.

Ad un tratto una donna sbucò dall’angolo più buio e gli si parò davanti.

“Cu siti?!” le chiese con voce tremante al ricordo delle storie di fantasmi che egli stesso aveva raccontato ai nipoti…

“Aiu fami…” disse questa con voce lontana, come proveniente da un’altra stanza.

Da galantuomo, mastro Puddu si tolse la coppola e guardò la figura con la bocca spalancata per lo stupore.

 

…..continua.

Postato alle 13:30 del martedì, 07 agosto 2007


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