Era Agosto, sulla strada di terra battuta, rossa e polverosa, il sole si rifletteva in bagliori accecanti nel mezzogiorno di granata negli anni ‘50. Qualche temerario osava aprire gli scuri e guardare fuori, per richiuderli in fretta come per difendersi dall’attacco di un immaginario diavolo. Sotto i portici, all’ombra delle viti alcuni cani riposavano attaccati dalle mosche…un silenzio soffocante c’era in tutta la città Andalusa.
Lei si chiamava Elvira, come il nome che aveva la città all’origine…era bella. Aveva poco più di vent’anni quando aveva lasciato la sua casa modesta per seguire un cantante di bolero, un uomo sensuale e affascinante quanto perfido e vanesio…da moglie infelice aveva abbandonato il marito che le era toccato in sorte per rincorrere un sogno dietro le lusinghe di un uomo inafferrabile.
Al principio era stato un rapporto di carne, di sesso consumato in modo esigente a tratti violento, che odorava di sudore e fluidi corporei, sul retro dei palchi o nei bagni luridi delle balere in cui Antonio cantava.
Era una donna desiderata e presto l’uomo aveva capito che questa poteva essere la sua fortuna.
Le aveva comprato abiti volgari. Le aveva comprato un rossetto rosso. L’aveva
fatta ballare con tutti. A trent’anni appena, Elvira, era la più famosa “pùta “ dell’Andalusia.
L’obbligava a camminare per le strade ad esporre la sua merce anche sotto il sole cocente di Agosto, dopotutto il cliente doveva vedere ciò che gli era offerto…pelle ambrata imperlata, seni pesanti sotto al respiro affannato e passo lento, gonna che si appiccicava ai fianchi e cosce lucide di sudore.
All’inizio si era ribellata per essere picchiata e conosciuta la cattiveria, si era arresa al suo destino.
Da dieci anni vendeva il suo corpo, gettando man mano via i pochi brandelli d’anima che le erano rimasti attaccati dopo che l’uomo che amava gliel’aveva strappata via con un ghigno sadico.
Ora cammina, dipinta di rosso, con l’odore nauseabondo del sangue sulle mani.
Si ferma ad una fontana e cerca di togliere via le ultime tracce di quell’uomo che le aveva violentato l’esistenza.
Senza guardarsi intorno si siede all’ombra di un albero, chiude gli occhi e si lascia andare ad una risata di sollievo, mista a lacrime e il ventre infiammato dal piacere perfido della vendetta.
Qualche uomo seduto al bar la guarda e capisce e approva. L’onore è stato lavato nel sangue..mentre dalla radio suona “Historia De Un Amor”…
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La prima volta che scrissi un racconto, mi trovavo seduta al tavolino di un piccolo café. Stavo seduta lì per delle ore, a leggere oppure solo per osservare il mondo che viveva intorno. In un momento, non ben precisato, mi resi conto che anche io avrei potuto scrivere le cose che amavo tanto leggere…![]()
magari non sarebbero mai stati dei capolavori letterari, ma sicuramente delle fotografie di ciò che vedevo, fedeli riproduzioni della realtà rielaborate dalla mia fervida immaginazione.
Presi un notes, di quelli senza rigatura, dai fogli bianchi come le tele su cui dipingevo…in fondo era qualcosa di simile, sia disegnare che scrivere erano atti creativi, con l’unica differenza che nel primo l’immagine era diretta, mentre nel secondo avrei disegnato nella mente dei lettori man mano che avessero letto.
Scrivendo, dando vita ai personaggi, mi rendevo conto che spesso questi somigliavano straordinariamente a persone reali, conosciute, che a seconda del ruolo ingentilivo o esasperavo…e cominciavo a sentirmi Dio.
Era come creare tanti figli con la materia grigia. Lo è ancora.
La scrittura rasenta la schizofrenia. Quando dai vita ad un uomo, una donna o anche un cane, cominci a conviverci, parli con lui e quasi gli chiedi un parere su come desidera che la sua storia finisca, ci convivi in una armonia perfetta, finché non scrivi l’ultima parola e allora decreti la sua morte apparente, seppellendolo tra i mille altri come lui che stanno lì, in attesa, fremendo dalla speranza che qualcuno li riporti in vita leggendoli.
Se invento un personaggio, lo sogno, nelle fattezze e nelle abitudini che avevo immaginato e quello che riporto su carta diventa la cronaca fedele di una vita vissuta in un mondo immaginario, un contesto onirico dal quale l’unica via di fuga è rappresentata dalla mia vecchia stilografica e un foglio immacolato.
Scrivere è diventata la mia vita, mi procura piacere o frustrazione, mi regala la sensazione di essere padrona di me stessa e delle mie capacità, mi fa sentire una madre amorevole che accudisce i suoi figli fino ad un finale esaustivo o che li maltratta lasciandoli in sospeso nel limbo dei racconti mai finiti…soffocati dalla polvere e distrutti dalla mia indifferenza.
Amo scrivere…è la mia vita.
Da oggi riprendo a vivere.
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Per un po' di tempo scriverò solo su Alice, il blog del mio alter-ego...la mia parte irriverente e ironica...
per il momento non ho il tempo di scrivere "roba seria" e neppure la voglia.
Chi ha piacere di leggermi mi segua, altrimenti non lo faccia!
;)
un bacio a tutti.

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