"Ma tu come campi?". "Mah… faccio cose, vedo gente..."
Chi va piano va sano e va...diciamo che va!

Don Turi Fragalà, detto “ E caru miu!” era un uomo di  poche parole. Qualunque cosa gli chiedessero, alla risposta faceva da introduzione sempre la stessa frase: E caru miu!…*

Questo “vezzo” gli aveva fatto guadagnare quella ‘ngiuria .

Era un uomo di piccola statura, dalla barba già ispida a poche ore dalla rasatura, gli occhi lucidi e vivaci come due tizzoni ardenti, la bocca dritta, senza espressione, tanto da sembrare una delle rughe profonde che gli tagliavano la fronte. Faceva il mulattiere, mestiere tramandato in famiglia da generazioni e portava sulle mani tutta la mappa storica della sua vita, con segni e croci che anziché indicare i punti di tesori nascosti, mostravano tutta la fatica di una vita consumata dalla fatica. Le sue gambe erano curve per la soma, i piedi resi invulnerabili dalle camminate lungo le stradine strette e coperte di pietra dell’Etna. Il sedere poi…era la parte in cui aveva più calli!

“Don Turi, iaviti ‘mpanaru!”* esclamava la gente al paese, quando passava di fronte alla piazza.

“E caru miu!” rispondeva lui, con un’ espressione più eloquente delle parole con cui, in sintesi, voleva dire che dopo una vita trascorsa a dorso dei muli, sarebbe stato strano il contrario.

La gente rideva. Lui proseguiva, scrutando tutto coi suoi occhi “i purtusu”.*

Quella settimana aveva da consegnare dell’olio ad una ricca famiglia di Valverde, e con la sua fedele asina, Badduzza* e il nipote, ragazzetto di appena otto anni, stava preparandosi per il lungo viaggio che li avrebbe portati da Belpasso alla destinazione. La via dei paesi era più agevole e questo lo confortò non poco, visto che a 80’anni suonati non era più tanto fermo sulle gambe quando doveva attraversare le vie ostili del vulcano.

“Ama a ghiri a Bedduviddi”* annunciò al bambino, felice poter finalmente imparare il mestiere di famiglia.

Partirono, alle prime luci del mattino, quando nel paese pedemontano il freddo era ancora stuzzicante, nonostante fosse già estate.

Il primo paese che attraversarono si chiamava Mascalucia, piccolo e poco popolato, di origini barocche e dalle strade strette.

Passarono dalla chiesa Madre e l’uomo si fece il segno della croce, posò due limoni lunari che prese dalla truscia* che portava a tracolla, come dono affinché la  Madonna lo proteggesse durante il cammino.

Lui camminava a piedi e dietro di lui il nipote sull’animale.

“Ma comu, vui siti vecchiu e camminati, u carusu ie forti e sta a cavaddu do scieccu?”* gli chiese qualcuno al loro passaggio.

L’uomo guardò il nipote, disse al mascalucese”E caru miu!” e prese il posto del bambino.

Quando giunsero a Tremestieri, lungo lo stradone principale che lo collegava al paese precedente, incontrarono una donna che stava uscendo dal cimitero.

“Ma comu, voiautru ca siti nu cristiano supra u mulu e u picciriddu a peri c’a faciti fari?”.*

“E caru miu!”.

Don Turi fermò l’animale e dopo aver depositato un po’ di mandorle sull’altare di una casetta, fece salire anche il nipote.

A mezzodì raggiunsero San Giovanni la Punta, nella frazione di Trappeto, e incontrarono un arrotino col suo carretto.

“Minghia e chi siti fatti di pani cottu? Non v’affruntati in dui supra da povera bestia?”.*

“E caru miu!”.

Prima di giungere alla fine del paese, il mulattiere, scese dal mulo imitato dal bambino.

Finalmente arrivarono a Valverde e bussarono alla porta della famiglia Amantia.

Il custode, che li aveva visti arrivare rise sguaiato, mostrato i denti sfatti.

“Ma certu ca siti spertuni! Aviti u scieccareddu e va fati a peri!”.*

“E caru miu!”.

Consegnato l’olio, don Turi Fragalà riprese il cammino verso casa, ma stavolta per via della montagna. Il bambino, Tano, lo seguiva in silenzio, pregio ereditato dal nonno.

Ma poi, vinto dalla curiosità, tirò per un lembo la vecchia giacca del nonno.

“ Ma picchì cangiastivu sempre posto?”.*

“E caru miu!, picchi agghiu imparatu ca pi viviri nda paci ci su due strati:

una  ca cammini u rittu pa tò, senza dari cuntu a nuddu, ma è dura m’enzu la montagna …l’autra ca cammini ni chidda chiu comoda, ma ai a dari cuntu e ragioni a tutti…”.*

Il bambino, si grattò la zazzera folta e nera come la pece, non capendo bene il senso di quella frase…ricordandola, però, come la più lunga mai pronunciata dal nonno.

Ripresero a camminare, sempre in silenzio.

 

 

 

*Eh, mio caro!

*sedere.

*furbi.

*pallina.

*nome dialettale del paese di Valverde.

*fagotto.

*voi siete vecchio e fate la strada a piedi e il ragazzo che è giovane sul mulo?

*ma come, voi che siete uomo sul mulo e il bambino a piedi?

*e che siete pappe molli, in due sopra quel povero animale?

*che siete furbi! Avete un asinello e camminate a piedi!

*perché cambiavate sempre posto?

*eh, mio caro! Perché ho imparato nella vita per vivere sereno esistono due strade, la prima che vai per conto tuo, senza ascoltare nessuno, ma è difficile come i passi della montagna, la seconda, che è più comoda, ma devi dare conto e ragione a tutti e non contraddire nessuno.

 

 

 

 

 

Postato alle 09:02 del sabato, 31 marzo 2007


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Chiedo scusa

Ai miei lettori, mi è stato fatto notare che  quando scrivo come preferisco, e delle cose che davvero amo, ciò parlando delle tradizioni popolari, con inflessioni dialettali, divento quasi incomprensibile e questo mi dispiace, soprattutto perchè io mi identifico soprattutto in questo genere di narrativa. Amo le mie origini, amo tutto quello che lega l'uomo alle sue tradizioni, al suo dialetto, che considero gioielli da preservare, in un mondo letterario che li sta rigettando a favore di letteratura di poca sostanza, che parla di argomrenti assolutamente banali che spacciano per disagio giovanile o per costume contemporaneo, la tradizione è quello che ci rispecchia è quello che di noi italiani il magnifico popolo che siamo, svenduto alla modernità imposta ed americanizzata...beh, mi spiace se risulto essere pesante, oppure ostica, ma io sono questa e non cambio per moda o per essere accessibile agli altri. A volte scrivo della mia terra, altre della terra altrui, alla quale però mi lega un filo d'amore, come col veneto o la puglia, a volte scrivo senza contesto geografico.

Chiedo scusa a chi non ama il genere di narrativa che io amo scrivere, ma non scriverò mai per avere il consenso comune...io scrivo solo per amore.

Grazie a tutti, Adriana,

Postato alle 16:27 del venerdì, 30 marzo 2007


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...a volte l'amore supera tutto e i sogni diventano realtà, come in una favola.

 

 

 

 

http://www.manualedimari.it

 

 

 

 

Postato alle 19:07 del giovedì, 29 marzo 2007


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LE SETTE DONNE…seconda parte.

 

 

 

 

 

 

 

Se c’era stata notte più nera, al paese nessuno lo ricordava…se la luna fosse stata più luminosa, non potevano dirlo. Quella era una notte magica, una di quella in cui tutti percepiscono qualcosa di ultraterreno aleggiare per le strade, introdursi nelle case, frugare, guardare, sfiorare…persino don Liborio, nonostante negasse l’esistenza di cose magiche, era consapevole dell’atmosfera che si stava creando.

“Notti ri Lupi mannari…notti ri mavari…notti ri streghi e riauvili” diceva la gente affrettandosi a rientrare in casa. Il prete scuoteva il capo e si ostinava a definirle sciocchezze, mentre in cuor suo aveva paura dell’ignoto…aveva paura delle leggende popolari e delle sette donne.

Di origini modicane, l’uomo di chiesa, ricordava che le donne della sua infanzia raccontavano spesso delle storie legate a "sti fimmini" dai poteri demoniaci e ripetevano una filastrocca che, a loro dire, queste streghe utilizzavano nei sortilegi:

 

 

“Lu suli cu la luna po’ aggrissari, jiri ppi l’aria comu va lu ventu, ‘mmienzu li porti ciusi trapassari, l’uomu cciù forti addivintari lientu, l’amici stritti falli cutiddiari, mariti e moggi sciarri ogni mumientu; uomini e donni po’ fari ciuncari, dulura fuorti, e nun aviri abbientu”.

Si fece il segno della croce al solo ricordo.

 

 

A “mavara” dal canto suo, conosceva bene quel genere di tradizione, tramandatole dalle donne della sua famiglia, e sapeva bene che col diavolo avevano ben poco  a che fare, ma come spiegare a chi non aveva orecchi per intendere e cuore aperto a capire?

Così continuava a rivestire il suo ruolo di strega, certo non amata, ma almeno temuta.

Si trovava in casa di Jano Zappalà quella sera, e si apprestava a “guarirlo” da una fattura…con una crocina di canna in un corno dell’arcolaio e due foglie di valeriana, messi sopra al capezzale dell’uomo, con un pugno di sale sciolto in una tazza d’acqua, con la quale aveva bagnato le pareti e il pavimento e delle parole di una formula segretissima detta a voce bassissima, liberava l’uomo dall’energia cattiva mandatogli da una persona invidiosa.

Le comari si scoprivano il seno, e scioglievano le trecce e in ginocchio pregavano per l’anima dell’uomo, pregavano la Vergine per la salvezza della sua anima, mentre alla donna affidavano la cura del corpo.

 

Era questo il ruolo di strega della “mavara” donna innocua, curatrice del popolo troppo povero per potersi permettere le medicine. Li curava con le proprietà intrinseche delle piante, conoscenza tramandata in famiglia e gelosamente custodita, una vera erborista, audace omeopata che nei tempi in cui l’ignoranza era il male più diffuso, sapeva che il veleno poteva diventare antidoto, il convulsivo calmava il delirio, gli urticanti guarivano le piaghe e un’eccitante diventava analgesico…

Quando l’uomo si chetò, si accomiatò dalle donne, con una sacca contenente un coniglio, delle arance e una salamela.

“Tiniti macari nu jaddu co coddu tiratu”* le disse la moglie porgendole l’animale morto.

A mavara uscì nella sera fredda e s’incamminò verso la sua casetta, guardò il cielo e sorrise alla luna.

“Signora janca, nuiautri sapemu …sapemu…”.*

 

 

 

 

 

 

 

 

*Notte di licantropi, notte di fattucchiere, notte di streghe, notte di diavoli.

* Il sole la luna deve coprire, andare per il cielo come il vento, entrare nelle case serrate, gli uomini più forti far indebolire, gli amici più cari litigare, mariti e mogli stare sempre in astio, uomini e donne far storpiare con dolori forti e senza pietà.

*Tenete anche un gallo con il collo già rotto.

*Signo bianca, noi sappiamo…sappiamo…

...continua...

Postato alle 19:59 del mercoledì, 28 marzo 2007


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Miei cari amici, commentatori e non...posso solo essere orgogliosa dei commenti che mi lasciate, anche perchè la loro qualità spesso è superiore a quello che scrivo io, cosa che non mi stancherò mai di ripetere...sarò "snob" ma sono felice dei miei pochi commenti di qualità, anche perchè io commento poco gli altri...

Per un po' sarò assente, qualche giorno, ritornerò...ed è una minaccia.

Postato alle 09:42 del domenica, 25 marzo 2007


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Sesso...

 

La guardò spogliarsi lentamente, quasi con timidezza.

Era una follia e lo sapeva. Lei era troppo giovane, troppo viva…era troppo per un uomo consumato dalla vita.

Indossava delle mutandine di cotone bianco, prive di quei fastidiosi elastici che segnavano la carne…i capezzoli dei seni piccoli, sembravano gustose fragoline selvatiche, scure, in contrasto con la pelle chiara, si mostravano golosamente sotto la canottiera di tulle bianca, bordata di raso e decorata sul fianco da una margherita sorridente. Aveva un’aria da adolescente e non ne fu sorpreso, sapeva sin dalla prima volta che aveva posato lo sguardo su di lei che era un essere dal candore disarmante.

Era bella, ma molto di più lo era dentro e questo lo spaventava. Ora gli sembrava una pazzia essere lì in procinto di fare del sesso con lei…no, non sesso! Mai…con lei si poteva fare solo l’amore. Con i suoi 40’anni si sentiva quasi di violare la sua innocenza di 20enne…e stava per dirglielo, quando lei posò la punta delle dita sulle sue labbra.

Chiuse gli occhi e assaporò il gusto un po’ salmastro dei polpastrelli…sapore unico che appartiene solo a coloro che vengono dal mare, e lei sembrava nata dal mare.

Ora era lei a chiudere gli occhi e a lasciarsi andare al brivido caldo della sua lingua.

Che senso aveva per entrambi quello che stava per accadere? Per lei era una semplice scopata? Uno scambio di liquidi corporei? Un contatto d'epidermide? Il gusto di un’esperienza nuova? Voglia di trasgressione?

Per lui era altro…era molto di più, ma non osava chiamarlo col suo nome…un sentimento per cui aveva pagato duramente nella vita.

Non doveva e non poteva più credere nella sua illusoria esistenza.

Riusciva a sentire l’odore della sua pelle, non inquinato da profumi artificiali. Il suo effluvio la descriveva meglio di qualsiasi altro aggettivo, fosse anche il più ricercato, il suo calore poi…

Lei gli sbottonò la camicia, scoprendogli il petto e si strinse a lui, facendogli percepire la morbidezza della sua giovane pelle, poi ebbe un momento d’abbandono, lasciandogli intendere la sua totale resa.

La sollevò tra le braccia e la distese sul letto.

Ora voleva esplorare quel corpo meraviglioso che gli si offriva spontaneamente.

Le scostò i capelli scuri dal volto, per poter osservare liberamente i suoi grandi occhi color ambra, quasi gialli…le sue labbra erano turgide, rosse, benché non fossero truccate, e larghe. Gli ricordavano il sesso di una donna, cosa che lo lasciò ancora più affascinato da quella creatura, angelica eppure innegabilmente sensuale. Il mento era piccolo, e un brufolo recentemente schiacciato era ancora evidente su di esso, lo fece sorridere.

Il suo collo era sottile, e le clavicole evidenti. Lo adorava in un corpo di donna.

Mentre le accarezzava le braccia, le spalline scivolavano dietro il passaggio delle sue mani, e scoprivano un seno bellissimo, giovane, sfrontato. La vita era sottile, ma i fianchi rotondi, da donna.

Passò oltre i fianchi, temeva ancora di sfilarle le mutandine, e scese alle gambe, lunghe, sottili, dalle ginocchia ossute. Le percorse in tutta la loro bellezza, a palmo aperto, soffermandosi un istante dietro l’incavo del ginocchio, poi scese alle caviglie e ai piedi perfetti. Le unghie erano arrotondate, senza smalto, come piacevano a lui. Detestava trucchi e orpelli inutili, era la semplicità, la purezza ad eccitarlo…la cosa che più detestava in una donna erano le unghie laccate di rosso e il rossetto viola, e i vari ninnoli che la facevano somigliare ad un albero bardato a festa.

Accarezzò uno ad uno le dita, baciandole poi teneramente…quando alzò lo sguardo la visione di lei sdraiata sulla schiena, sorridente, a gambe semichiuse con indosso ancora le sue deliziose mutandine lo fece morire dalla voglia di possederla.

Vista dall’esterno quella scena condannava lui come corruttore, ma la realtà era ben diversa, era lei con la sua innocenza ad essere la carnefice e lui vittima, e della peggior specie, consapevole di potersi liberare stava li, passivo. Guardò la porta di fronte…pochi passi e avrebbe tagliato quella scena e lei dalla sua vita…ma non voleva, voleva solo averla ad ogni costo ormai.

A quel punto doveva averla.

In quel istante tutta l’eccitazione che fino ad allora era rimasta confinata nella mente si trasferì nella carne e divenne febbre.

Era un amante raffinato, artista nel prolungare il piacere di una donna e il proprio, fino all’esasperazione, ma con lei no, di lei aveva fame. L’avrebbe posseduta d’istinto, senza l’ombra del confronto con gli ex amanti, con lei sarebbe stato se stesso: crudo, diretto, libero dal bisogno di dimostrare di essere il migliore.

Con mani tremanti la denudò completamente e restò ad osservare la sua intimità…rapito. Era bella, giovane…la peluria pubica soffice e profumata. Posò le labbra sull’interno delle cosce, aspirando ad occhi chiusi l’odore della sua femminilità, percependo delle piccole e piacevolissime scosse.

Quando la sua bocca si fermò sul sesso, la sentì fremere. Esplorò con la lingua prima le grandi labbra, timidamente, all’esterno, quasi come ad attendere un invito che giunse subito, allora i suoi movimenti divennero più audaci e sicuri…baciarla, leccarla succhiarla divenne quasi un bisogno ingordo di sfamarsi di lei, dei suoi umori, dell’eccitazione crescente. Era bagnata…lo voleva. A quel punto non aveva più senso attendere oltre e prolungare quella tortura, avrebbero avuto tempo per scoprirsi,adesso dovevano solo saziarsi.

Si sdraiò tra le sue gambe, e la baciò a lungo, passandole il sapore dolciastro dei suoi umori. Le strinse il volto tra le mani, continuando a possedere la sua bocca come se gli fosse indispensabile per sopravvivere.

Le sue mani scesero a slacciargli i pantaloni, tremanti.

Era questo quello che aveva atteso fino ad ora.


Postato alle 14:01 del giovedì, 22 marzo 2007


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Le Sette Donne.

 






Era una donna vecchia, stanca e vessata dalla vita. Girava per le strade di Vizzini coperta da vecchi stracci, trascinando con sé una fascina di rami di salice e una “truscia”, il cui contenuto tutti ignoravano.

La vecchia veniva chiamata “ a mavara”, perché riusciva a fare cose che non avevano spiegazione scientifica, o almeno non l'avevano per il parroco del paese, don Liborio, che la definiva “catecumana”, perché non aveva mai ricevuto nessun sacramento.

Dal canto suo, “a mavara” era contenta che quell'uomo si tenesse alla larga dalla sua casa e che le donne del paese si rivolgessero a lei per risolvere quelle faccende di natura più pratica che spirituale, delle quali, evidentemente, la mano divina non aveva tempo per occuparsi...

Al suo passaggio i bambini la prendevano in giro e lei rispondeva :“Picciriddi, stanotti vaiu a tirari i peri?” *, e questi fuggivano via sotto al suo sguardo minaccioso, e poi rideva, esclamando: “Beniritta a carusanza!” *e proseguiva per il suo cammino, alzando polvere con i lembi della sua veste e con la fascina che si trascinava dietro.

Molte leggende erano legate a questa strana donna, che tutti pensavano essere una strega, tra cui quella che appartenesse alle sette donne...un gruppo di donne che nelle notti di luna piena avevano la capacità di entrare con lo spirito nelle case altrui e a seconda della gente che vi abitava, facevano strane cose...ai bambini piccolissimi intrecciavano i capelli, formulando una preghiera per proteggerli dagli spiriti cattivi...ai prepotenti riservavano bastonate e a coloro che godevano della loro simpatia, persino del denaro.

Nessuno osava chiederglielo direttamente, per paura di buscare mazzate durante la notte, sicché la gente conviveva pacificamente con la vecchia, tutti si erano abituati alla sua presenza, tutti tranne don Liborio...


La sua casa era antica, piccola, fatta di appena tre stanze di cui una principale che serviva per la vita giornaliera, una piccola dispensa che si trovava in uno stanzino stretto e umido e la camera da letto,  alla quale si arrivava da una scaletta di legno, dissestata. Ovunque erano appesi piccoli simboli esoterici, e sul camino stava un vecchio paiolo di rame, accanto ad esso una vecchia scopa fatta di saggina e col manico di ciliegio”'ngruppatu”.

Intorno un orto ben fornito di erbe officinali e aromatiche, qualche pollo e una capretta, “Nannedda”e un'asina “Badduzza”, le sue fedeli compagne di vita.

La sua faccia era scavata come le sciare dell'Etna, con prominenze e infossature. I capelli lunghissimi e grigi, le mani raspose come la pietra pomice delle rive di Salina.

Niura niura, ricurva su sé stessa, gobbuta, somigliava più ad una bomba lavica che a un essere umano.


Passava dal paese tre volte la settiman e tutti al suo passaggio la salutavano, temendo qualche ritorsione nelle notti di luna piena, in occasioni delle quali mettevano una scopa di fronte alla porta di casa per distrarre le streghe e indurle a volare via, anziché entrare...”Tutti minghiati su!” borbottava.

“Mavara, ci putiti girmari i vermi a me niputi stasira?”* le chiedeva qualcuno.

“Comu vuliti vui” rispondeva con il suo sorriso sdentato e se ne andava per la sua strada.

Quando passava di fronte alla chiesa, don Liborio faceva un cenno al sacrestano, che appariva con l'incenso per purificare l'aria al suo passaggio.

“Chi viriti i spiriti o u vinu nuovo era troppu bono stannu?”*gli chiedeva lei ridendo.

Come risposta quello si faceva il segno della croce.

“Non v'affaticati...che parrini mancu u riavulu ci poti!” *esclamava lei ridendo.




Continua....



*Bambini, stanotte devo venire a tirarvi i piedi?

*Benedetta gioventù!

*Maga, potete togliere i vermi a mio nipote stasera?

*Cosa vedete gli spiriti, o il vino nuovo quest'anno è troppo buono?

*Non vi affaticate, che con i preti nemmeno il diavolo ci può!



Postato alle 17:29 del martedì, 20 marzo 2007


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Una storia vera...seconda parte.

 

Quel pomeriggio torrido doveva recarsi ad un appuntamento dalla sarta, aveva comprato una pezza di stoffa per far cucire un abito a Sarina già da un po' di tempo, rimandando sempre. Finalmente aveva deciso di andarci, visto che il negozio sarebbe stato chiuso.

Sarina saltellava per la cucina, eccitata per quella novità. Era una bambina molto vanitosa, al contrario di Maria Grazia, così schiva e austera, e l'idea di avere un bel vestito nuovo la riempiva di gioia.

  • Picchì na vesti russa? *- le chiese la madre scuotendo il capo.

  • Guarda gli occhi verdi come risaltano!- esclamò posando un lembo di stoffa sulla bambina a mo di mantello. Amava il colore rosso.- E poi il rosso è il colore dell'amore!- esclamò ridendo.

  • Do riavulu...- brontolò.

Francesca non le badò e si infilò le scarpe dal tacchetto grosso. Prese la borsa, la stoffa e allungò la mano verso la bambina che vi si aggrappò con un gridolino di gioia.

Uscirono nel pomeriggio assolato, entrambe con un largo sorriso sul volto, ma quello della donna morì non appena si trovò un gruppo di persone davanti.

Gaetano Tomasello, il pecoraro verso il quale era debitrice, le stava davanti, più basso, sporco e dall'espressione arcigna. Al suo fianco il genero, nella lapa* la moglie e un po' dietro un uomo ben vestito, e che non puzzava di pecora.

  • Che volete?- chiese brusca.

  • I picciuli ca mi duviti dari*-.

  • Vi dissi ieri che a giorni li avrete-.

  • Mi servono oggi- insisté con fare minaccioso.

  • Aspettate stasera, me li faccio prestare da mia commare dunnisa* e ve li porto fino a casa-.

  • Ntzù!- sibilò a bocca serrata, con un gesto eloquente della testa- Ho portato un ufficiale giudiziario, se non potete pagare subito, pigghiamo quello che c'è in casa- indicò l'uomo alle sue spalle.

  • Buona sera- disse l'uomo, avanzando di qualche passo.

  • Mamma!- chiamò la donna portando la bambina fino all'uscio- Pigghia a picciridda ca ci su ospiti non invitati-.

La madre lanciò un'occhiata al gruppetto, inquieta, poi trascinò dentro la bambina che cominciò a strillare protestando per il mancato regalo.

Francesca prese una scopa e tornò di fronte agli uomini.

  • Da me casa non esci niente! Nessuno tocca a robba di mio marito!-.

  • Chi chiangi a to marito ca da buttana facisti i figghi cu uno ca non ti maritò*!-.

  • Sugnu buttana, ma di parola! I soldi li avrete stasera!-.

  • Fozza, fatini passari!- esclamò Tomasello spazientito.

  • Quanti denari vi hanno dato?- chiese con rabbia  all'ufficiale giudiziario- Sapete bene che non potete toccare nulla senza i carabinieri! Io la legge la conosco!-.

  • Signora...- rendendosi conto della sua risolutezza, l'uomo si arrese- Vorrà dire che torneremo con i carabinieri. Signori- si allontanò, probabilmente infastidito dall'atteggiamento degli uomini.

  • Datimi a radiu e autri dui cosi e semu na paci*- le disse l'uomo.

  • Vi dissi, che la robba di mio marito non si tocca! Siti due uomini con una donna, ma io non ho paura! Aviti vogghia, io non mi movu e di ca , oggi, quaccunu non si susi di nderra!*-

  • Minghia, allura pi davveru siti a muletta!*-.

  • Sugnu chidda ca sugnu! E voi siti omini senza unuri! Si vuliti i soddi, vi dugnu stasira, se no, turnati che carabbineri-.

  • Comu vuliti...- s'arrese. Fece un cenno al genero, e fecero per tornare indietro, verso l'Ape.

  • E prima lavativi, ca stu feto di pecura mi runa noia!*-.

Francesca inspirò, poi volse loro le spalle e fece per rientrare.

Uno dei due prese il bastone che usava per stordire le pecore, ' u ruppu' e Tomasello il coltello da pecoraro.

Con un gesto fulmineo, fatto centinaia di volte sulle bestie, il genero colpì Francesca, che lo sovrastava di una spanna buona, alla testa per tramortirla.

La donna cadde bocconi, spalancando la bocca sia per lo stupore che per il dolore lancinante alla testa. Si rialzò e avanzò di qualche passo, poi cadde in ginocchio, infine stesa sul ventre, con gli occhi sgranati...

  • I pcciriddi..- mormorò allungando una mano verso l'uscio.

Nel frattempo la madre era uscita a controllare che nulla fosse accaduto a quella sua figlia testarda, che aveva tanta forza di volontà, ma la lingua lunga...temeva che si cacciasse nei guai. Fuori la scena che le si presentò agli occhi fu la più terribile ed impensabile. Tomasello che girava il corpo di Francesca, e cominciava a pugnalarla.

  • M'ammazzunu a figghia! Gridò disperata- Bastaddi! Aassasini!- si gettò sull'uomo che la colpì al ginocchio con uno dei suoi scarponi, rompendole il femore. La donna cadde a due passi della figlia ormai morta e coperta di sangue.

Si accanì anche sulla vecchia, senza pietà, con la crudeltà propria di chi è abituato ogni giorno ad uccidere esseri viventi.

Alle grida erano accorsi i vicini che avevano gridato a loro volta.

  • Chiamati i vaddia!* I picurari ammazzano a Ciccina e so matri!- gridò qualcuno.

  • Fozza, i mazzasti i  cireddi. Ora scappati nde muntagni!*- gridò la moglie del Tomasello, che aveva assistito alla scena, impassibile.

Sara uscì fuori e nel vedere la madre a terra, coperta di sangue cominciò a gridare e piangere, buttandosi su di lei.

  • Mammuzza! Mammuzza!- gridava.

Qualcuno la tirò via a forza. Aveva il suo abito rosso ora.



Ci fu il processo, il Tomasello (nome fittizio) si addossò la colpa e il genero venne scarcerato, Anna venne data in adozione, Maria Grazia uscì dall'orfanotrofio a 16 anni, Sarina a causa del trauma restò con la nonna che sopravvisse, ma che da quel giorno visse come un automa il resto della sua vita.


Tutta questa è una storia vera, purtroppo...ho tralasciato molti particolari cruenti, anche perché scrivere questo, sebbene in maniera abbreviata, è stato molto doloroso.


A mia nonna, la cui morte era annunciata da tempo.









*Perché un vestito rosso?

    *Ape.

    *I soldi che mi dovete dare.

    di Adrano.

    *Piangi tuo marito quando come una sgualdrina hai fatto dei figli con un uomo illecitamente.

*Datemi la radio e qualcos'altro e chiudiamo la faccenda.

*Non mi tolgo, a costo che qualcuno oggi non si alza da terra.

*Allora siete veramente una mula( veniva chiamata così per la sua risolutezza).

*Ma prima lavatevi, che la puzza di pecora mi da noia.

*carabinieri.

*Avete ucciso gli agnelli, ora scappate a nascondervi in montagna.






Postato alle 17:48 del mercoledì, 14 marzo 2007


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Avete peli sulla lingua? Volete toglierveli?

http://alicedaicapellineri.splinder.com/

Postato alle 19:36 del martedì, 13 marzo 2007


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Per inaugurare alla grande il nuovo template.

Zeus ha avuto Danae grazie all'oro

ed anche io te, grazie all'oro:più di Zeus non posso dare.

Parmenione, epigrammi erotici, Antologia Palatina.

Postato alle 19:32 del lunedì, 12 marzo 2007


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